Interviste

06/05/2016

Intervista a Radio Ananas del 6.V.2016.

 


22/04/2016

Intervista a Radio Velluto del 22.IV.2016.

 

Intervista a Radio Velluto del 22.IV.2016.

 

 


04/12/2015

Servizio e intervista su Rai3, "Buongiorno Regione" del 4.XII.2015


18/09/2015

Paola Donatiello su Why Marche

Continua la rassegna di musica indipendente nelle Marche, protagonisti di questa intervista sono gli Arbitri Elegantiae, un gruppo musicale di origine senigalliese.

Si tratta di quattro fantastici musicisti: Federico Messersì, bassista e chitarrista eclettico in grado di creare musica con tutto ciò che gli capiti a tiro. Giovanni Frulla, trombettista dalle note emozionanti e cangianti, Gabriele Ciceroni, che suona il clarinetto, la fisarmonica, il cajon flamenco, la chitarra, l’ocarina, flauti e per non farsi mancare niente anche la zampogna ed in fine il frontman Lorenzo Franceschini cantautore e poeta, eccellente suonatore di strumenti a corde dalla chitarra acustica, al mandolino e l’ukulele, ma anche di strumenti a fiato come l’armonica a bocca.

Pronti a rispondere all’intervista per Why Marche Lorenzo e Giovanni. Buona lettura e buon ascolto.

Arbitri Elegantiae. Perché la scelta di questo nome?

Lorenzo: Arbiter Elegantiarum era il soprannome di Petronio assegnatogli appunto perché lui era considerato l’arbitro dell’eleganza, per modo di scrivere in maniera elegante e anche per il comportamento alla corte di Nerone, era colui che veniva preso come modello di riferimento. Abbiamo scelto questo nome inizialmente perché ci suonava bene, poi a pensarci meglio abbiamo capito che avrebbe anche potuto significare che noi, componenti del gruppo, come tutti noi cittadini odierni siamo arbitri dell’eleganza. Da noi dipende la bellezza e l’eleganza del nostro tempo. Dipende da come ci relazioniamo con gli altri, da come viviamo le nostre passioni, da come svolgiamo il nostro lavoro. È dunque una presa di responsabilità da parte nostra.

Questa bellezza si manifesta anche nella vostra musica

Lorenzo: sì cerchiamo di fare musica in maniera più onesta possibile, provando ad arrivare al cuore della cose, in maniera un po’ rilkiana: cercare di dire le cose come nemmeno le cose stesse sanno nel loro intimo di essere. Cercare di usare la musica come un tramite per veicolare contenuti in maniera più accattivante. https://www.youtube.com/watch?v=VFdvHzuViLc

Quale la storia delle origini musicali?

Lorenzo: siamo nati nel 2000 però inizialmente eravamo in otto, nove persone, era estremamente complicato fare anche solo una prova con questo ensemble così numeroso. Poi piano piano con gli anni ci siamo essenzializzati. I nostri percorsi musicali sono molto diversi: Giovanni ha iniziato con la musica classica, Gabriele invece con la musica bandistica, io con il rock; Federico ha iniziato con la musica classica, poi si è dato al rock, è stato lui ad insegnarmi a suonare la chitarra. Il primo momento in cui abbiamo iniziato a far musica insieme è stato da ragazzi, al liceo, scrivendo canzoni sui professori.

Giovanni: nel 2000, mentre trascorrevo gran parte del mio tempo a Roma, mi arrivò un invito da Lorenzo per entrare a far parte di una formazione non ben definita, in cui diversi strumentisti di vario tipo erano chiamati in ballo per tentare degli arrangiamenti sulle note di alcune canzoni dello stesso Lorenzo. Non cover quindi, ma brani propri da musicare. Il mio ingresso nel gruppo nasce proprio in questa circostanza, nella più totale inconsapevolezza di quello che sarebbe stato il lavoro da fare e del contributo che avrei potuto portare al gruppo. Così abbiamo iniziato a tentare i nostri esperimenti, (cosa che facciamo anche oggi) cercando sempre di lasciarci contaminare dalla musica che ci piace ma senza scadere in un genere o in una moda ben definita. Nel tempo la formazione ha perso componenti e ne ha acquistati altri, fino all'assetto attuale che ha preso forma nel 2012, e che vede Lorenzo alla voce e chitarra acustica, Federico al basso e chitarra elettrica, il sottoscritto alla tromba e Gabriele al clarinetto, alla fisarmonica e al cajon flamenco. Componenti tra l'altro presenti fin dall'inizio dell'avventura.

Quale l’influenza della spiritualità nella vostra forma di espressione musicale? Cito un brano “Dio mi ha parlato ed io non c’ho capito niente”

Lorenzo: io non sono particolarmente osservante, però sento fortemente in alcuni momenti la presenza di qualcosa d’altro che non riesco ad identificare né a chiudere all’interno di una definizione. Ogni definizione è quasi una negazione di ciò che si definisce, perché diventa quella cosa e non altro, per cui ha quasi meno forza di quanta ne avrebbe senza una definizione. Definire è come chiudere le porte alle possibilità, non definire è come lasciare ogni possibilità aperta. C’è una canzone “Was ist ist” degli Einstürzende Neubauten che recita Was ist ist, was nicht ist ist möglich “Cio che è è, ciò che non è è possibile” lasciare aperto fa sì che la possibilità dell’essere sia più ampia. Detto questo Dio mi ha parlato, è vero, durante un’ordinazione sacerdotale di un mio amico, però francamente non ho capito niente di quello che mi ha detto.

Chi di voi scrive i testi? Da dove traete ispirazione per i testi?

Lorenzo: inizialmente solo io, ultimamente il testo lo scrivo prevalentemente ma anche in parte insieme, un ritornello di Federico, alcune strofe create proprio insieme, mentre gli arrangiamenti li facciamo da sempre insieme. Ogni canzone ha il suo percorso e la sua origine, ad esempio “Per allegoria” deriva da un problema che mi sono posto: restare o partire? È, dunque, un modo per interrogarmi più a fondo su un problema. Il ritornello è nato, con un ritmo diverso, nel 2008, andando in bicicletta in Via dell’Indipendenza a Bologna. Poi con un viaggio in Svezia ed uno in Campania, mi è venuto tutto il resto del testo. Quindi le canzoni per me sono un modo per approfondire alcuni problemi e portarli alla luce, interrogarmi meglio e più profondamente su quello che penso riguardo la realtà.

Come definireste il/i genere/i che fate?

Lorenzo: non saprei dare una definizione molto netta, ci dicono che facciamo musica cantautorale però è molto contaminata da esperienze classiche (tromba, clarinetto), folk (chitarra acustica, fisarmonica e ultimamente anche la zampogna suonata da Gabriele). Le influenze musicali vengono da autori che apprezziamo come naturalmente l’immancabile De André, la chitarra elettrica di Federico ha un’impronta rock anni ’90 riconoscibile.

In uscita a fine estate 2015 il vostro nuovo album, quali sono le novità e come è stata questa nuova esperienza?

Giovanni: l'album presenta delle canzoni che hanno alle spalle molti anni e che per l'occasione sono state vestite di una forma nuova, ma soprattutto testi dell'ultimo periodo che hanno segnato per noi non solo una crescita dal punto di vista musicale, ma anche una maturazione interiore. Un esempio per tutti è "Canto da un pezzo di storia", il brano che dà il titolo all'album, e che racchiude in pochi minuti tutto il senso dell'opprimente precarietà di questo tempo che non valorizza i veri talenti, ma che al contrario rischia di disperdere le energie e l'impegno di molti. C'è una nota di speranza in tutto questo, una speranza sottile che la musica tenta di risvegliare, una speranza che rifugge la rassegnazione per cercare di riconquistare a poco a poco quella dignità che spesso viene dimenticata.

Lorenzo: le novità sono sicuramente la collaborazione con Giovanni Imparato dei Chewingum, che, tra l’atro, ha prodotto il nostro disco e che ha suonato alcuni pezzi, con chitarra ed organo, e con Silvia Falcinelli che ha cantato con noi un brano. Silvia ha eseguito questo duetto in una circostanza estrema: lavorando ad Ancona era tornata a tarda notte a Senigallia, mentre noi stavamo ancora finendo la registrazione della mia parte della voce, ed è rimasta lì in sala, ha dormito qualche ora, poi alle due di notte ha iniziato a registrare la voce, quindi è stata una cosa veramente estrema e nonostante le circostanze ha fatto un’ottima performance.

Avete altri aneddoti da raccontare?

Giovanni: raccontare gli aneddoti più significativi così su due piedi è difficile. In tutti questi anni abbiamo collezionato momenti non solo di musica, ma anche di svago, di relax, di relazioni, di chiacchierate. Per quanto riguarda la questione musicale l'episodio che nessuno di noi è mai riuscito a dimenticare è sicuramente una "storica" serata (storta) a Polverigi dell'estate del 2004 se non sbaglio. Avevamo preparato un programma troppo breve e sicuramente poco adatto a quel contesto. Poco pubblico e scontento. Insomma una serata da non ripetere. Dopo quell'esperienza ci siamo "bloccati" si può dire per 3-4 anni, per riprendere però poi con una mentalità diversa e con una marcia in più, arrivando a centrare alcuni obiettivi interessanti. Se è vero che dagli errori si impara sicuramente da quella serata abbiamo imparato diverse cose, prima fra tutte la necessità di dare maggiore continuità al nostro progetto. Ma sempre dell'estate dello stesso anno c'è anche un altro concerto da ricordare, all'interno di una serata di beneficenza, questa volta al teatro Portone di Senigallia: un intervento musicale non molto lungo, ma suggestivo, in cui ricordo benissimo una versione di "Via del campo" veramente emozionante. E poi certamente gli ultimi anni sono più ricchi di episodi, come le prime registrazioni, o l'allagamento del garage di Lorenzo, dove avevamo le casse e l'altro materiale, ripescato e asciugato meticolosamente pezzo per pezzo, o ancora i concerti fuori regione, in Abruzzo e le prime esperienze dello spettacolo di musica e parole "La storia del postino che cercò Babbo Natale", un'avventura diversa dai nostri soliti concerti ma per questo ancora più intrigante. https://www.youtube.com/watch?v=eri2A7GHcps

Lorenzo: il nuovo CD è di 11 pezzi, due sono stati aggiunti in un secondo momento, uno di questi è “Laila” pezzo registrato in realtà preliminarmente per decidere il sound che avrebbe avuto questo disco. Inizialmente volevamo dargli un sound leggero, arpeggiato. Quindi abbiamo registrato questo pezzo come un lento, poi con il tempo abbiamo pensato che l’album avrebbe potuto avere un incedere più sostenuto, per cui avevamo accantonato “Laila”, ma alla fine, dopo tre anni di registrazione, abbiamo riascoltato questo pezzo e abbiam visto che in effetti funzionava. Giovanni Imparato ha aggiunto un po’di organo, ma mancava ancora qualcosa. In quel momento mi è venuta in mente una registrazione ambientale fatta con Silvia Falcinelli, la mia ragazza, a Sarajevo. Era il crepuscolo e decidemmo di andare in collina per vedere la città dall’alto. Arrivati lì c’eravamo scordati che al tramonto i musulmani recitano una delle loro preghiere. Quando il sole stava calando all’orizzonte, hanno iniziato ad accendersi uno dopo l’altro tutti i minareti della città e tutti i muezzin hanno iniziato a cantare ed i grilli insieme cantavano e davano ritmo alla cosa. Allora ho preso il cellulare ed ho registrato. In sala prove abbiamo ascoltato questa traccia e ci siamo accorti che, miracolosamente, era nella stessa tonalità della canzone che stavamo registrando. “Laila” è una canzone che evoca gli spirti, con queste voci che dal basso vanno verso il cielo. Inoltre un giorno, eravamo tutti nello studio di registrazione, Federico, Giovanni ed io, stanchi, siamo usciti a riposare in giardino, mentre Gabriele e Giovanni Imparato, sono rimasti in studio. Cercavano un suono analogico, non digitale, che potesse dare un ritmo, visto che non usiamo la batteria. Gabriele e Giovanni hanno riesumato dalla soffitta di quel posto una gran cassa di una batteria sgangherata e una bacchetta che hanno ricoperto di nastro adesivo per dare un suono più sordo alla percussione ed hanno creato “la batteria” di “Stanotte vegliate”.

Quali progetti in corso e i progetti futuri?

Lorenzo: beh intanto uscito questo nuovo CD, potremo finalmente iniziare a registrare altri brani, perché abbiamo già 13 pezzi più o meno pronti. Abbiamo anche un progetto musical-teatrale, teatro-canzone, che si chiama “La storia del postino che cercò Babbo Natale” è un racconto musicale ed anche parlato, commentato dalle immagini del disegnatore pesarese Paolo Savelli il quale ha disegnato le immagini per noi. Da questo spettacolo vogliamo trarre spunto per realizzare un libro per i bambini ed un video, abbiamo già musicato alcuni cortometraggi. Abbiamo anche progetti sul versante della tecnologia: le foto le cura Gianluca Rossetti, mentre Federico Messersì si occupa del sito web. Abbiamo anche un’App sviluppata da Francesco Deliro che è un nostro caro amico. Grazie a questa App si può rimanere aggiornati sui concerti, c’è la possibilità di essere indirizzati verso il luogo del concerto, poi, particolarità, c’è un videogioco all’interno, ed anche i testi delle canzoni, una spiegazione su come nascono i testi ed informazioni su di noi.

Giovanni: la scelta di un’App nasce quasi casualmente e per noi è stata un’ottima opportunità per sperimentare quello che le nuove tecnologie possono offrire, soprattutto dal punto di vista della promozione. L'obiettivo è certamente essere più vicini a chi ci ascolta e a chi ci segue, ma soprattutto tentare di costruire un dialogo con il nostro pubblico non solo con la musica, ma anche con i nostri pensieri, con le nostre idee, con le riflessioni e le domande che ci poniamo ogni giorno.

A quale album o canzone siete più affezionati e perché?

Lorenzo: “Canto da un pezzo di storia” che dà il titolo al nuovo album, è un pezzo nato in un momento veramente difficile. Quando ho scritto questa canzone stavo facendo il dottorato a Firenze, senza borsa, e stavo insegnando italiano in una scuola privata, prendendo molto poco e ciò mi aveva profondamente rattristato, non solo per me. L’Italia di quel periodo, come quella di oggi forse, stava perdendo le proprie buone occasioni che erano le nostre speranze, le stava prendendo e buttando via. Questa è una canzone dedicata ai ricercatori ai laureati. È una canzone scritta con il cuore.

Prossimi appuntamenti dove possiamo incontrarvi?

A settembre presenteremo il disco nelle Marche, in Emilia Romagna ed in Abruzzo, poi cercheremo di ampliarci il più possibile perché questo lavoro raccoglie la dedizione di 15 anni di lavoro insieme. Sicuramente una prima data sarà alla Casa degli Artisti di Sant’Anna del Furlo dove chiuderemo la stagione di Land Art che si svolge in questo luogo presso il quale vari artisti possono fermarsi a dormire e lasciare una loro opera per arricchire sempre di più questo grande patrimonio artistico che si trova dentro la casa e nel parco attorno gestito da Andreina De Tommassi in maniera encomiabile. Per seguire gli appuntamenti ricordiamo www.arbitrielegantiae.it www.facebook.com/arbitrielegantiae App Arbitri Elegantiae


01/12/2013

Intervista pubblica di Giulia Donatiello a Lorenzo Franceschini rilasciata presso la Biblioteca del Seminario Vescovile di Senigallia durante la rassegna Righe/righi d'autore.

Ciao Lorenzo, da chi sono formati gli Arbitri Elegantiae?
Allora, ci sono io, che canto e suono la chitarra acustica, poi Gabriele Ciceroni a clarinetto, fisarmonica, flauti e cajon flamenco, Federico Messersì a basso elettrico e chitarre, Giovanni Frulla alla tromba. Siamo amici da sempre, e da una decina d'anni suoniamo insieme.

Leggendo i tuoi testi, ho notato che tocchi diverse tematiche: quella politica, quella religiosa, quella sentimentale. affronti diversi aspetti della complessità umana. In che modo nasce una tua composizione?
A volte una canzone nasce da una sola frase, che mi viene in mente per caso, in maniera non intenzionale; poi, partendo da qui, costruiamo il resto. Dignità è nata così, a partire da questa frase che mi è venuta in mente non so come: «se non ricordi il colore del mare il dolore che dà», e che per me inizialmente non aveva senso; poi, partendo da questa frase, ho costruito il resto del testo, e, insieme agli altri Arbitri, la musica. La poesia e la canzone, oggi vengono più dal lavoro che dall'ispirazione. Baudelaire diceva che gli autori moderni hanno piccolissime ispirazioni, e il resto delle composizioni le scrivono in modo direi artigianale, di mestiere.

Di solito parti da qualcosa che ti ha colpito, che hai letto, un'immagine?
Sì, e da questo punto di partenza dipende anche cosa farò e faremo dell'idea iniziale dell'opera. A volte capita che mi venga in mente una melodia insieme alle parole: quattro o cinque parole associate a un motivetto, da cui nasce una canzone. In altri casi vengono solo le parole, senza melodia, e in quel caso scrivo testi in prosa o in versi, senza musica, perché musicarli mi sembrerebbe una forzatura.

C'è un testo a cui sei particolarmente legato, fra quelli che hai scritto?
Sono legato a tutti i pezzi che ho scritto, perché mi raccontano, parlano della mia e della nostra vita. In particolare in questo momento sono molto legato a Canto da un pezzo di storia , perché parla della condizione lavorativa dei giovani della mia generazione.

In questo testo tu scrivi, «canto da un pezzo di storia che non racconterò ai nipoti per farli sognare, che non spiegherò ai miei figli per fargli capire, ma che nasconderò per farli, tra dubbio e menzogna, continuare a sperare». Quindi preferiresti non raccontare questo periodo storico, che vedi come una privazione di speranza, e lasciare i tuoi figli, i tuoi nipoti sognare senza far loro conoscere la verità.
Sì, è così. Questo pezzo mi è venuto in mente perché, quando sento i miei nonni parlare della loro vita da giovani, della povertà che c'era durante la guerra, delle lotte partigiane, eccetera, mi commuovo, vengo catturato da questi discorsi. Però poi mi chiedo: che cosa racconterò io ai miei nipoti? Dei compromessi per accumulare i punti per insegnare? Dell'attesa di salire in graduatoria? Del vivere ancora con i miei per poter sperare in una realizzazione futura? Gli racconterò questo? Ecco mi sono chiesto queste cose, ed è venuta fuori la canzone. Il testo è molto cupo, senza alcun messaggio di speranza che chiuda in bellezza il pezzo - non per cinismo, ma perché non riesco, e non riusciamo, francamente, a dire niente di ottimistico a riguardo, senza essere disonesti. Agli strumenti, e in particolare alla tromba e alla fisarmonica, abbiamo però affidato il compito di chiudere la canzone che una melodia che faccia pensare a una qualche speranza, una rivincita, che ancora non riusciamo a verbalizzare, ma che vogliamo esprimere con la musica.

Hai scritto anche testi di argomento politico, o comunque legato all'attualità. Uno di questi è Il VI canto . Ci vuoi spiegare l'origine del titolo?
Questa canzone inizialmente s'intitolava A Silvio , poi per renderne più universale il messaggio le abbiamo cambiato il titolo. Nella Commedia dantesca, il sesto canto di ogni cantica è sempre il canto politico. Quindi darle questo titolo mi pareva un modo interessante di celarne l'argomento. Ho scritto questo testo nel 2001, e purtroppo è ancora attuale, solo che se la avessi scritta oggi sarebbe stata molto più lunga.

Pensi che sia importante che i cantautori parlino di attualità, di politica, e denuncino con le proprie parole delle situazioni alle quali non vogliono rassegnarsi?
Non credo che un autore debba necessariamente parlare di queste tematiche, però se lo fa è bene. Nell'arte uno è libero di scrivere quello che vuole. Quindi chi scrive ha un mezzo con il quale può far passare dei contenuti importanti.

In alcuni testi delle vostre canzoni analizzi molto te stesso, chi sei, cosa vuoi fare, dove vuoi arrivare. Mi è piaciuto molto il testo di Quando., dove scrivi «quando il tuo passato non sta più nella tua casa, quando hai rinunciato a dare un nome alla tua strada, quando la tua vita è stata cancellata da quelle stesse dita che sulla sabbia l'hanno tracciata»: in questo testo parli della necessità di capire chi sei veramente. Dunque è importante, per te, conoscere te stesso, ma. a che punto sei della conoscenza di te?
Questo è un periodo in cui mi sto dedicando a fare molte cose, quindi penso poco. Comunque ho notato che, facendo diverse cose, e immergendomi in quello che faccio, sono comunque giunto a una maggiore autoconsapevolezza. Machado scrisse «el camino se hace al andar», "il cammino si fa andando". Trovo che sia vero. Un po' come l'appetito, che vien mangiando.

Questa tua ricerca a volte ti porta anche a farti delle domande di argomento religioso. Qual è il tuo rapporto con la religione, che emerge, fra l'altro, nelle tue canzoni?
Con la religione quasi nullo. Non amo l'idea di religione come un qualcosa di codificato che crei un qualche rapporto con la divinità all'interno di alcune consuetudini. Più che la religiosità, credo che la profanazione sia molto più vicina alla divinità. Il rendere umano ciò che appartiene alla religione, al sacro. Questo mi pare più vicino al modo naturale di vivere le cose.

In particolare nella canzone Dio m'ha parlato.
Sì: «Dio m'ha parlato e io non c'ho capito niente».

.lì c'è un passaggio un po' complesso: «ho preso sotto braccio un gatto nero senza occhiali, «Dimmi la tua strada - dissi - la mia può aspettare, insegnami a prendere un topo senza usare le mani»». Ecco, che vuol dire questo passaggio?
Quella canzone parla di una mia esperienza: qualche anno fa sono andato alla ordinazione sacerdotale di un mio amico, e ho provato un'emozione veramente forte. Penso che Dio mi abbia parlato in quel momento, ma, poi, la mia vita non è cambiata in nulla, e allora ho pensato: "beh, magari Dio può anche avermi parlato per davvero, ma io non ci ho capito niente". E che cosa ho fatto dopo? Nulla, anzi ho seguito anche strade che definirei sbagliate, come è sbagliato seguire un gatto nero senza occhiali, che già è nero, e quindi porta iella, e poi è pure senza occhiali, quindi non vede nemmeno dove va. Ecco, seguire un gatto nero senza occhiali mi pare la quintessenza dell'errore. Nella canzone continuo dicendo che al gatto ho chiesto che mi insegnasse a prendere un topo senza usare le mani, che è una cosa inutile, per me: è utile al gatto, ma non a me. Questa immagine voleva significare quei momenti in cui facciamo cose in cui non crediamo, e che non ci servono, solo perché seguiamo una strada che non appartiene a noi, ma ad altri. È difficile scegliere una nostra strada, richiede impegno, e spesso, per non dover scegliere, io, che sono molto pigro, seguo la strada di un'altra persona - ecco, questo passo voleva dire questo.

In Spiriti liberi parli ancora della divinità. Qui dici «sei come un naufrago che, in mezzo alla tempesta, perde fiducia anche nella sua barca, che è tutto ciò che gli resta». Di che cosa parli?
Questa frase riprende un passo de Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, che mi pare una metafora perfetta della condizione dell'uomo. L'ho citato perché questa canzone è dedicata a Nietzsche, che si rifà molto a Schopenhauer. Nietzsche scrive che nell'Europa del suo tempo non riusciva a trovare delle persone che lo capissero, con le quali parlare. Per questo s'inventò degli amici immaginari, che lui chiamava «spiriti liberi», appunto.

In Figli d'un pensiero che non c'è esprimi il desiderio di un mondo che non sia del tutto rivelato da un punto di vista scientifico, ma che si possa contemplare ammirandolo e stupendosi delle cose che vediamo senza conoscerne il motivo tecnico.
Questa riflessione si trova nella seconda parte della canzone, che mi piace un po' meno della prima, ha una prospettiva romantica in cui non mi riconosco più tanto. Quello che dicevo è che noi cerchiamo di spiegarci sempre tutto, ma il fatto di spiegarci tutto toglie quel senso di infinito che, molto "leopardianamente", viene meno quando riusciamo a svelare tutti i segreti della realtà. La strofa che mi piace di più di quella canzone è la prima, che dice «ci hanno dato angeli e ognuno è un'idea, hanno chiamato amore col nome di una dea»: secondo me anche già solo il fatto di aver dato un nome a quella tensione verticale che l'uomo associa al divino, ha depotenziato questa tensione. Quindi questa canzone parla di religione e scienza, ed entrambe queste tematiche sono legate a una mia interpretazione personale - e probabilmente sbagliata - della frase di Spinoza, «Omnis determinatio est negatio»: nel momento in cui determini qualche cosa, neghi tutto ciò che essa non è, e che potrebbe essere. Quindi la cosa diventa più debole, meno perturbante, perché definita: è proprio quella cosa lì, e non altro. Penso che dare nome a una cosa sia una sorta di negazione indiretta della cosa stessa. Per me questo accade sia nella religione, quando cerca di parlare del divino, che nella scienza, quando cerca di catturare la realtà all'interno di uno schema interpretativo rigido. Mi piace molto citare a questo proposito una frase di Blixa Bargeld, cantante degli Einstürzende Neubauten: «was ist ist, was nicht ist ist möglich»: "ciò che è è, ciò che non è è possibile".

Il titolo di questa giornata è prese le lettere e partì, che è un verso di una vostra canzone, La storia del postino che cercò Babbo Natale, forse una delle prime che hai scritto. Come è nata, e che ricordo ti riporta alla mente questa canzone? Tu scrivi da tanti anni, quindi immagino che, tra quello che scrivevi all'inizio e quello che scrivi oggi ci sia stata un'evoluzione, un percorso. Questo pezzo ti piace ancora? Che cosa rappresenta per te questo postino?
Ho scritto questa canzone tanto tempo fa, non ricordo se a diciassette o diciotto anni. È molto breve, ma per me è molto importante. Quando scoprii che Babbo Natale non esiste, per me fu un trauma. Me lo disse la maestra delle elementari, a bruciapelo. Quando ebbi superato il trauma, mi iniziai a chiedere che cosa ci facessero i postini con tutte quelle lettere che i bambini scrivono e inviano a Babbo Natale - come facevo sempre io, badando bene di affidarle alla buca Per tutte le altre destinazioni, ché se no non arrivavano, pensavo. Col tempo, quindi, nacque questa canzone, che parla di un postino stressato e insoddisfatto che, non trovando più alcuna speranza nella propria vita, raccoglie e conserva queste lettere dove, invece, la speranza c'è, e si sente. Così un giorno questo postino prese le lettere e decise di fare una cosa assurda, ma che dava un senso alla sua vita: partì per la Lapponia, per recapitare le lettere a Babbo Natale. È una scelta senza senso, che il postino fece sapendo che era assurda; ma era qualcosa che gli dava energia vitale. Un po' come fare musica, scrivere canzoni, fare arte: non serve a niente, è assurdo. Però rende felici!

Quali sono i tuoi artisti di riferimento, quelli che ti hanno influenzato, ispirato, ai quali devi la tua formazione?
Beh, De Andrè è un gran punto di riferimento. Allo stesso tempo, però, la sua eredità per uno che scrive canzoni è un po' imbarazzante: i suoi pezzi sono così perfetti, adamantini, che ci si sente piccoli al confronto - quindi cerco di ascoltarlo il meno possibile. Per il modo di suonare la chitarra inizialmente mi hanno molto influenzato Mark Knopfler e Bob Dylan. Poi ho studiato alcuni lavori di Franco Morone, e oggi cerco di imparare qualcosa anche da Luca Francioso - la loro musica mi pare davvero inarrivabile, ma cerco di cogliere comunque da loro quello che mi serve. Quanto alla scrittura, trovo ispirazione un po' ovunque, anche nei poeti e negli scrittori che ho amato.

Anche la tua professione d'insegnante ha influenzato la tua produzione artistica?
Sì, non considero lo scrivere canzoni scollegato dallo studio e dall'insegnamento. Insegnare, studiare e scrivere sono facce di una stessa medaglia.

Domanda di Giovanni Frulla, trombettista del gruppo:
Nella creazione di una tua canzone qual è il ruolo dei componenti del gruppo?
Io mi confronto piuttosto poco col gruppo per quanto riguarda il testo, anche se a volte non mi vengono le parole e allora chiedo consiglio per primi a loro. Però scrivere un testo è una faccenda molto complicata. Non mi è mai capitato di scrivere un testo in collaborazione con qualcuno, mi pare una cosa estremamente difficile. Quanto alla scrittura musicale, il contributo del gruppo è invece fondamentale, i pezzi come li scrivo io sono molto elementari, scarni, mentre la canzone è fatta anche da tutte le idee musicali che essa suggerisce, e che in alcuni casi vengono espresse e fissate nel pezzo. L'idea base, cui do voce io, fa germinare altre idee che a me non vengono. Queste idee vengono però agli altri musicisti, così la canzone cresce, si arricchisce. È come quando Tolstoj scrisse Anna Karenina, ispirandosi a Madame Bovary. È un proliferare d'inventiva, che in qualche modo funziona nella comunicazione tra noi. E poi per me è un onore che dei veri musicisti decidano di suonare le cose cui in qualche modo ho dato inizio. E decidano di portarle a compimento.

Dato che ti sei cimentato anche nella scrittura e pubblicazione di alcune poesie, qual è la differenza tra la tua produzione poetica e quella musicale?
Non credo che la differenza tra poesia e canzone sia molto grande. Inizialmente la poesia era accompagnata dalla musica, e forse anche cantata. Alceo, Alcmane, Anacreonte scrivevano lirica, che si chiama così perché era accompagnata dalla lira, che è uno strumento musicale. È una cosa piuttosto recente la separazione tra poesia e musica. degli ultimi duemila anni appena! D'altra parte avviene che nascano dei testi che sono fatti per la musica, e altri che abbiamo una loro musica interna, questo è evidente. In un periodo della mia vita ho pensato che la poesia avesse una maggiore purezza della canzone, ma ora non più. Credo anzi che la canzone abbia il grande valore aggiunto della maggiore memorabilità. La canzone è fatta di niente, la si può portare in giro in maniera elementare, semplicemente canticchiandola, e lei si appiccica alle altre persone che la ascoltano. Però il motivo per cui un testo nasca poesia e un altro canzone mi è oscuro. Stanotte vegliate è nata come poesia, e ora è una canzone. Ma questa riscrittura è un caso isolato tra le nostre canzoni.

In tutte le canzoni che hai scritto non c'è mai una storia d'amore che sia una storia d'amore. Perché?
Mah, perché mi piace farlo, l'amore, non cantarlo! Quando m'innamoro mi lascio coinvolgere così tanto dalla storia in sé, che diventa quella l'opera d'arte. D'altro canto, come dicevo prima, se tu dici una cosa, è come se in qualche modo la esorcizzassi, la annullassi. Per esempio, una canzone che parla di una storia d'amore che, per fortuna, è finita, è Laila. Il valore di quella canzone per me è stato proprio quello: dire quella relazione tanto sofferta per poterla disinnescare. Invece, se la storia che sto vivendo è bella, io temo che, nel dirla, essa in un certo senso possa finire. La realtà, le cose che viviamo, sono come bolle di sapone, che se le tocchi possono svanire. Il mezzo con cui gli uomini toccano le cose è la parola, e se tu dici una cosa, se riesci a toccarla con le parole, la disinneschi, essa non ha più forza. A volte scrivo proprio per questo. A volte invece scrivo per capire meglio qualcosa, interrogandomi su quella cosa. Altre invece per far scoppiare una bolla di realtà. Per questo non scrivo durante una bella storia d'amore, perché temo che scrivendone possa farla scomparire.


14/01/2012

La musica degli Arbitri Elegantiae. La ricerca dell’autenticità, di Gianmarco Morganti, su Via Libera (www.vialiberamc.it)

Gli Arbitri Elegantiae sono un gruppo musicale marchigiano, di Senigallia; la loro musica li ha portati a esibirsi in varie località della regione e oltre, hanno in cantiere un nuovo album dal titolo ….prese le lettere e partì… con uscita prevista per la primavera prossima, ma non voglio anticipare niente. Abbiamo incontrato due componenti del gruppo, Lorenzo Franceschini (chitarra, armonica, voce) e Gabriele Ciceroni (clarinetto, fisarmonica, flauto dolce), a loro la parola.

 

Ciao ragazzi. Iniziamo subito dal nome, perché Arbitri Elegantiae?

Come si può ben capire, sono due parole latine ed è il nome con il quale Petronio, l’autore del Satyricon veniva riconosciuto; la traduzione è “Arbitri dell’Eleganza”, della Raffinatezza.  Scegliendo questo nome, e ampliandone il significato a nostro piacimento, abbiamo voluto estendere questo nomignolo, e volgerlo al plurale, per attribuirlo non solo al nostro gruppo musicale, ma a tutti noi esseri umani che viviamo in questo preciso momento storico; siamo noi, infatti, i responsabili della bellezza del mondo, gli arbitri della sua eleganza, da tutti noi dipende la bellezza della realtà in cui viviamo. Con la nostra musica vogliamo responsabilizzarci e responsabilizzare anche l’ascoltatore, ossia incarnare quei valori che ti permettono di essere attivo nel presente che stai vivendo, il cercare di partecipare ad ogni emozione, chi vive ha la responsabilità di ciò che accade intorno a lui e, per quanto ci riguarda, noi come gruppo abbiamo l’obiettivo di creare bellezza.

Qual è quindi il vostro genere? In che modo esprimete questi ideali?

Non lo sappiamo bene neppure noi… Abbiamo iniziato intorno al 2000 ed eravamo un gruppo numerosissimo, con molti strumenti e tante idee; poi negli anni alcune cose sono cambiate fino ad arrivare al 2008 in 5 componenti ed è cosi che stiamo continuando. Il nostro genere, da 3 anni a questa parte, possiamo definirlo tra il cantautorale e la musica folk-popolare; per esempio andiamo da canzoni con solo chitarra e voce alla pizzica o addirittura alla klezmer (tipica della tradizione ebraica).

Quindi questo mix di generi è voluto, e rimanda al vostro concetto di Arbitri dell’Eleganza…

Esatto! È come se fosse un miscuglio delle nostre caratteristiche cercando di adeguare la musica a ciò che si vuole esprimere, è il nostro modo di viaggiare con la musica; per questi motivi le nostre note prendono spunto da artisti come De Andrè, Capossela, Smashing Pumpkins e la Musica Tradizionale.

Conseguentemente i temi che toccate nelle canzoni sono molteplici…

Direi di sì. Ovviamente dipende molto anche dai periodi che ciascuno all’interno del gruppo sta vivendo, e questo si riflette molto anche sulla tematica che poi andiamo ad affrontare, come l’amore e il suo gioco, il sociale; in generale possiamo dire che nei vari temi che interpretiamo vi è sempre una profonda volontà di passare dall’inautenticità alla ricerca dell’autenticità.

Un obiettivo molto affascinante, ma allo stesso tempo credo difficile…

Nelle nostre canzoni riportiamo la realtà e le sue problematiche radicali, ed è per questo che nella maggior parte dei brani ci sono tante domande senza risposta, vogliamo rendere attivo anche il nostro ascoltatore. Una nostra caratteristica è quella di riportare fatti quotidiani banali e trasformali in una materia di riflessione attenta su cui soffermarsi a pensare.

Siamo curiosi a questo punto, come nasce una vostra canzone?

Solitamente la proposta nasce da me (Lorenzo Franceschini), amalgamando il testo e la chitarra; in seguito si creano poi gli arrangiamenti con gli altri componenti del gruppo, in un alternarsi coinvolgente di suoni e di idee.

Presentiamo quindi gli altri componenti della band..

Certo! Oltre a noi due, il gruppo è composto da Giovanni Frulla (tromba), Fabrizio ‘Brilla’ Bartoli (percussioni e batteria) e Federico Messersì (basso e chitarra).

Chiudiamo con un messaggio per i lettori ( e gli ascoltatori)..

Il nostro modo di fare musica rappresenta il nostro modo di pensare nella vita di tutti i giorni; crediamo che bisogna astrarsi dalle cose che sono totalizzanti e riuscire a scoprire dentro di noi quelle risorse che neanche ci immaginavamo di avere.